Quando racconto Nàarak alla gente, la prima cosa che dico è questa: è un posto dove l'aria si paga. E quasi sempre, chi ho davanti fa una piccola pausa. Una smorfia. Perché l'aria è l'ultima cosa che diamo per scontata. Ci togli tutto, ma quella no, quella respiri e basta, è tua, è di tutti. E invece nel mio mondo no. Nel mio mondo qualcuno ha deciso che anche quella si conta.
Non è nata come un'idea da worldbuilding, tipo «adesso mi invento un sistema originale così il libro spicca». È nata da una cosa che vedo tutti i giorni, e che mi fa una rabbia sorda.
Guardo il posto in cui viviamo e vedo che le cose più basilari, quelle che dovrebbero spettare a chiunque per il solo fatto di essere nato, non spettano a chiunque. La casa. Le cure. Il tempo. La possibilità di scegliere che vita fare. Chi nasce in alto le respira senza pensarci, e nemmeno si accorge di quanto sia raro. Chi nasce in basso impara presto che il suo posto è già deciso, e che cambiarlo costa una fatica che quelli in alto non dovranno mai fare. Volevo scrivere questo. Ma se lo scrivi così, dritto, diventa un comizio, e i comizi non li legge nessuno.
Allora ho preso quella cosa e l'ho portata all'osso. Ho tolto la casa, tolto le cure, tolto i soldi, e sono sceso fino all'ultima cosa che resta: il fiato. Se anche il fiato ha un prezzo, allora hai capito subito, senza che io ti spieghi niente, cosa vuol dire vivere in un posto dove tutto è contato. Non serve un capitolo di spiegazioni. Ti basta immaginare un respiro dentro un vetro, e un colore che decide che vita ti spetta per il resto dei tuoi giorni, per sentire quel peso sullo sterno.
Non dice ingiusto, non dice terribile. Dice silenzioso.
C'è una scena, nel primo capitolo, che secondo me tiene in piedi tutto il libro. Lyen chiede allo zio com'è stato firmare, cioè accettare quel patto sull'aria. E lui, dopo una pausa lunga, risponde una parola sola: «Silenzioso». Non dice ingiusto, non dice terribile. Dice silenzioso. Perché è così che funzionano le ingiustizie che durano da sempre: non fanno rumore. Sono lì, le respiri, ci nasci dentro, e a un certo punto smetti perfino di vederle. Quella parola, per me, è il vero centro di Nàarak. Non il sistema, non la magia: il silenzio con cui accettiamo quello che ci hanno messo addosso prima ancora che potessimo dire la nostra.
Ecco perché il mondo, nel libro, non te lo vengo a raccontare con lo spiegone. Non c'è il capitolo dove un saggio ti siede davanti e ti disegna le regole del sistema. Le regole le senti addosso, scena dopo scena, come le sente Lyen. Perché è così che funziona anche fuori dalle pagine: nessuno ti spiega le regole del posto in cui sei nato. Le impari sbattendoci contro.
E allora, se devo dire la verità vera su perché ho inventato l'aria che si paga, è questa: volevo dare un peso fisico a una cosa che di solito resta astratta. La disuguaglianza, detta così, è una parola stanca. Ma se te la faccio sentire nel respiro, se ti metto addosso la paura di finire l'aria mentre chi sta sopra di te respira a pieni polmoni senza pensarci, allora forse per un attimo la senti anche tu. E magari, chiuso il libro, guardi il mondo fuori con un occhio un po' diverso. Ti chiedi chi ha deciso, e se davvero non si possa cambiare.
È la stessa domanda che si fa Lyen. Ed è, in fondo, l'unica ragione per cui valeva la pena inventare tutto questo. Se vuoi vedere com'è fatto questo mondo dall'interno, il libro è qui. E se ti interessa più il cuore che il sistema, ho scritto anche di come si costruisce uno slow-burn che tenga per mezzo romanzo.